Le case discografiche hanno inventato due etichette: "AI" e "ai". La differenza è enorme
L'industria discografica americana e internazionale vuole contrassegnare i brani nella pagina di ascolto, come si fa con gli avvisi sui contenuti non adatti. Sony è andata oltre: ha insegnato a un modello a calcolare quanta musica dei Beatles c'è in una canzone.

La Recording Industry Association of America (RIAA) e la International Federation of the Phonographic Industry (IFPI) hanno annunciato nel luglio 2026 che vogliono introdurre, insieme a Spotify e Apple Music, un sistema per contrassegnare i brani creati con l'ausilio dell'intelligenza artificiale. La proposta prevede due etichette distinte, per separare due situazioni del tutto diverse.
"AI" contro "ai"
La prima etichetta è la scritta "AI" in maiuscolo su sfondo nero. Deve comparire sui brani interamente costruiti da un modello a partire da un prompt testuale, oppure su quelli in cui la voce principale è stata sintetizzata artificialmente o sono state generate le parti strumentali chiave. La seconda è "ai", in minuscolo, nero su bianco, per le canzoni nate in prevalenza da mani umane ma che in alcune fasi si sono avvalse dell'aiuto dell'AI. Il meccanismo ricorda l'avviso sui contenuti per adulti già presente sulle piattaforme: l'etichetta appare nella pagina del brano e i dati vengono inseriti da artisti, case discografiche e distributori. Per ora la marcatura non riguarda testi, composizioni, videoclip né copertine. Al progetto hanno aderito anche la Recording Academy, il sindacato di attori e presentatori SAG-AFTRA, la campagna Human Artistry Campaign e l'associazione delle etichette indipendenti A2IM. È una coalizione ampia, e insieme il segnale che il settore preferisce fissare da sé lo standard prima che lo facciano i regolatori.
Sony conta le percentuali
In parallelo i gruppi industriali preparano strumenti di prova. Sony Group ha sviluppato una tecnologia capace di indicare quale musica protetta da diritto d'autore sia stata usata per creare un brano generato dall'AI. Il sistema non si ferma alla risposta sì o no: riesce a stimare il contributo dei singoli repertori. Può stabilire, per esempio, che un brano usa per il 30 per cento musica dei Beatles e per il 10 per cento dei Queen. Se lo sviluppatore del modello accetta di collaborare, Sony attinge ai dati del suo sistema di base; se rifiuta, la tecnologia confronta il brano generato con la musica esistente e stima così le quote. L'obiettivo è un meccanismo in cui i ricavi della musica AI vengano divisi tra gli autori originali in proporzione al loro contributo. La tecnologia è nata in Sony AI, l'unità di ricerca del gruppo, e la sua descrizione è stata accettata a una conferenza scientifica internazionale. Lo stesso team ha messo a punto un metodo per impedire ai modelli di imitare lo stile di personaggi anime, per esempio dello studio Ghibli. La soluzione si può applicare anche a video, giochi e personaggi. Sony precisa di non aver ancora deciso se adottarla.
In Giappone la tutela dei diritti musicali è divisa: i diritti spettano a compositori, editori ed esecutori, e separatamente ai produttori di registrazioni. Sony Group controlla grandi etichette ed editori, tra cui metà del catalogo di Michael Jackson: ha quindi non solo la tecnologia, ma anche un interesse a che i conteggi funzionino.
Fonti
2Tutti i numeri e le citazioni di questo testo provengono dalle fonti elencate sotto.
I contenuti sono stati preparati dalla redazione con il supporto dell'IA.
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