Tumori legati alle infezioni, respirazione e tempo di reazione: cosa dicono davvero gli studi più recenti
Il 29 settembre i neuroscienziati della Northwestern University hanno riferito che la velocità di risposta è più rapida durante l'espirazione che durante l'inspirazione, in media di 41 millisecondi. Il risultato è uscito su iScience. Lo stesso giorno CBC News ha ripreso uno studio su Lancet Oncology: secondo le stime, nel 2024 le infezioni hanno causato 2.300.000 nuovi casi di cancro.

Due studi sono usciti a poche ore di distanza, il 29 settembre. Il primo ha misurato quanto in fretta 35 adulti premessero la barra spaziatrice mentre inspiravano ed espiravano. Il secondo ha provato a contare quanti tumori nel mondo nascono da un'infezione.
Sono due tipi diversi di scienza, con margini di incertezza diversi. Leggerli insieme aiuta a capire cosa un titolo di salute digitale può reggere e cosa no, in una settimana in cui accanto a loro continuavano a uscire ricerche sui dispositivi indossabili.
41 millisecondi, misurati sotto le narici
La Northwestern University ha pubblicato lo studio sulla respirazione il 29 settembre. Il numero in evidenza: durante l'espirazione il tempo di reazione era più rapido che durante l'inspirazione, in media di 41 millisecondi, che il comunicato dell'università descrive come 1/25 di secondo. Anche la velocità di risposta nelle pause tra un respiro e l'altro era più rapida dell'inspirazione, di 21 millisecondi.
L'esperimento, intitolato "Response speed is modulated by respiratory phase", è uscito su iScience, pubblicata da Cell Press. Autore senior è Ken Paller, James Padilla Professor of Psychology alla Northwestern. Prima autrice è Erika M. Yamazaki, già nel laboratorio di Paller, con cui ha continuato a lavorare dopo il dottorato.
L'allestimento era volutamente semplice. I partecipanti hanno svolto un Psychomotor Vigilance Task, un test al computer comune in cui si preme la barra spaziatrice appena un quadrato rosso diventa giallo. Trentacinque adulti tra i 18 e i 33 anni lo hanno fatto indossando un piccolo dispositivo sotto le narici per misurare il flusso d'aria. Ogni persona ha completato il compito due volte, una prima e una dopo un pisolino oppure otto ore di sonno in laboratorio. Secondo la Northwestern è il primo esperimento che misura la velocità di risposta in tutte le fasi della respirazione, comprese le pause intermedie.
"Usando un compito concreto e facile da capire, siamo riusciti a mostrare il rapporto tra respirazione e cognizione, e spero che studiosi di ambiti diversi vi trovino applicazioni", ha detto Yamazaki nel comunicato. "Lo studio del legame tra cervello e corpo è ancora un campo di ricerca nuovo, e questo rende i risultati ancora più interessanti."
Paller è stato prudente sul meccanismo. "Questo studio documenta un legame importante tra respirazione e sistemi cerebrali che rispondono agli eventi dell'ambiente", ha detto. "Non sappiamo ancora esattamente come siano collegati, ma sospettiamo un'efficienza neurofisiologica, perché altri studi hanno mostrato che diverse oscillazioni cerebrali si sincronizzano con i ritmi del respiro."
È la versione onesta della scoperta: una differenza di tempi misurata, non una spiegazione. La Northwestern riferisce che il laboratorio di Paller sta ora conducendo ricerche collegate, finanziate dal National Institutes of Health e guidate da Yamazaki, concentrate sulle apnee nel sonno. Le pause respiratorie dannose durante il sonno, si legge nel comunicato, sono spesso sottodiagnosticate e curate in modo inadeguato. I ricercatori sperano che strategie non invasive per migliorare il sonno, un approccio talvolta chiamato sleep engineering, possano compensare alcune conseguenze del sonno scarso.
2.300.000 casi di cancro legati alle infezioni
Sempre il 29 settembre, CBC News ha riferito di un articolo uscito lunedì su The Lancet Oncology, firmato da ricercatori dell'International Agency for Research on Cancer, un'agenzia dell'Organizzazione mondiale della sanità. Il gruppo ha stimato che le infezioni abbiano causato 2.300.000 nuovi casi di cancro nel 2024, che secondo CBC corrispondono al 12 per cento di tutti i nuovi casi, cioè circa uno su otto.
Il contributo singolo maggiore è quello del batterio Helicobacter pylori, che può aumentare il rischio di tumore allo stomaco e ha pesato per 760.000 casi, soprattutto in Asia orientale. Il papillomavirus umano è subito dietro, con quasi 750.000 nuovi casi nel mondo e tassi elevati nell'Africa subsahariana. Secondo CBC l'HPV causa il 100 per cento dei casi di tumore al collo dell'utero, oltre ai tumori anali, vulvari, vaginali, penieni e ad alcuni tumori di testa e collo. Anche l'epatite B e l'epatite C sono state collegate a una quota significativa di tumori al fegato.
La metodologia qui conta, perché il numero è una stima e non un conteggio. I ricercatori hanno prima stabilito quali infezioni causano il cancro, poi calcolato quale frazione di quei tumori sia riconducibile a infezioni specifiche, quindi hanno applicato quelle frazioni alle banche dati globali dei nuovi casi. Per la prima volta il gruppo ha ampliato la lista includendo 16 tumori in più.
Gary Clifford, epidemiologo dei tumori e coautore dello studio, lavora a Lione, in Francia. A CBC ha detto che la scienza di fondo è cambiata. "In questo periodo sono stati identificati nuovi agenti infettivi come cancerogeni, e anche per gli agenti infettivi che già conoscevamo le prove sul numero di tumori diversi che possono causare sono aumentate", ha detto.
Tra le aggiunte: l'HIV e il suo legame con il tumore al collo dell'utero, e il poliomavirus delle cellule di Merkel, un virus molto raro che può portare a una forma aggressiva di tumore della pelle. Il virus di Epstein-Barr è stato collegato a circa 260.000 casi nel 2024 e può portare al tumore del rinofaringe, ad alcuni tumori gastrici e al linfoma di Hodgkin. "È un carico di tumori causati dal virus di Epstein-Barr piuttosto grande, che in passato non veniva contato e oggi è riconosciuto", ha detto Clifford. CBC osserva che l'EBV è anche un fattore di rischio chiave per la sclerosi multipla e che, a differenza di altre infezioni contro cui esistono vaccini o terapie antibiotiche, non ci sono strumenti disponibili per combatterlo.
"Il fatto che vediamo il virus di Epstein-Barr aver causato tutte queste malattie croniche lo rende sempre più un bersaglio su cui le persone devono concentrarsi per la prevenzione", ha detto Clifford.
La divisione regionale è netta. I paesi ad alto reddito che hanno costruito programmi di screening e vaccinazione negli ultimi decenni se la cavano molto meglio dei paesi a reddito basso e medio, dove l'accesso a prevenzione e cure è limitato. "Abbiamo ancora davvero molto lavoro da fare per attuare cose che sappiamo funzionare e che conosciamo da tempo, ma che non sono arrivate davvero a tutte le popolazioni del mondo", ha detto Clifford.
In Nord America il carico è molto più basso, con H. pylori e HPV come fonti più comuni. In Canada uno studio del 2019 ha stimato al quattro per cento la quota di tumori attribuibili a infezioni. Karena Volesky, epidemiologa a Montreal, ha guidato il gruppo di ricerca canadese mentre era alla McGill University. A CBC ha detto che i nuovi numeri globali mostrano quanto sia importante ciascuna delle 12 infezioni.
Dove entrano i dispositivi indossabili e dove no
Nessuno dei due studi mette alla prova un bracciale. Il lavoro della Northwestern ha usato sensori di flusso d'aria sotto il naso, in laboratorio, e le stime sui tumori vengono da modelli epidemiologici, non da dispositivi di consumo. Questo non ha fermato il flusso costante di studi sulla salute con dispositivi indossabili che compare intorno a loro.
Tra i lavori recenti segnalati nella stampa scientifica ci sono una ricerca su Microsystems & Nanoengineering sul rilevamento acustico indossabile a banda larga per il monitoraggio cardiopolmonare continuo, pubblicata il 29 settembre, e uno studio riportato da Newswise il 30 settembre sull'uso dell'IA indossabile per prevedere la sedentarietà prolungata in donne con dolore pelvico cronico. Nessuno dei due fa parte dei due articoli citati sopra, e nessuno dei due va letto come loro seguito.
Quello che l'accostamento illustra è la differenza di peso delle prove. Una differenza di 41 millisecondi nel tempo di reazione è un effetto piccolo, misurato direttamente, in un campione di laboratorio di 35 persone. Una stima di 2.300.000 casi è una cifra modellata e ampia, costruita su ipotesi di causalità e copertura. Entrambe sono legittime; rispondono a domande diverse e portano margini di errore diversi.
Il vuoto di indicazioni che i ricercatori continuano a incontrare
Un terzo studio uscito nella stessa finestra non riguarda né il respiro né il cancro, ma come i ricercatori stessi gestiscano gli strumenti di IA. Il Nieman Journalism Lab ha riferito il 28 settembre di un articolo su Information, Communication and Society intitolato "Guidance over guidelines? Unpacking the uses and concerns of generative AI in communication science".
Ricercatori della National Yang Ming Chiao Tung University di Taiwan, dell'University of Amsterdam e dell'Utrecht University hanno intervistato più di 1.100 studiosi di comunicazione in 77 paesi e hanno tenuto quattro discussioni di focus group. Lo studio riferisce che quasi il 70 per cento degli intervistati aveva già usato l'IA generativa in almeno un compito legato alla ricerca, mentre la maggior parte la considerava comunque inappropriata per la maggior parte dei compiti di ricerca. Poco più della metà ha detto che l'uso dell'IA era appropriato per scrivere testi (55 per cento) e generare codice (50,4 per cento). Non è emerso alcun consenso su cosa conti come uso etico.
Senza indicazioni istituzionali i ricercatori si danno standard propri, e secondo gli autori dello studio questo produce stigma. Usare l'IA può sembrare un modo per tagliare gli angoli; dichiararlo può spingere le riviste a trattare il lavoro come meno credibile. Gli autori chiamano questa tensione un paradosso della trasparenza, e il sentimento che ne deriva "vergogna da IA".
"Vietare semplicemente l'uso dell'IA generativa, o fingere che non venga usata, non è né sostenibile né costruttivo", scrivono gli autori.
La loro raccomandazione è una cultura della dichiarazione positiva nella ricerca sulla comunicazione, con riviste e istituzioni che chiedano ai ricercatori di dire in quali fasi del lavoro hanno usato l'IA generativa. Hannes Cools, uno dei ricercatori, ha riassunto i risultati in un thread su Bluesky il 28 settembre, definendola la prima indagine empirica sistematica, internazionale e su tutto il campo delle pratiche di IA generativa nella ricerca sulla comunicazione.
Per chi questa settimana legge studi su salute e tecnologia, i tre articoli indicano la stessa direzione almeno su un punto: la parte interessante di solito è il metodo. Flusso d'aria sotto le narici, modelli epidemiologici e un sondaggio su 1.138 persone non sono prove intercambiabili, e nessuna di esse è un prodotto.
Fonti
4- 01Ready, set, exhale: Study links respiration and cognitionEN
- 021 in 8 cancer cases worldwide are caused by infections, study findsEN
- 03A lack of professional AI guidelines leads to feelings of "AI shame," a new study findsEN
- 04Studlark, AI-Powered Group Study SaaS (SideProjectors listing)EN
Tutti i numeri e le citazioni di questo testo provengono dalle fonti elencate sotto.
I contenuti sono stati preparati dalla redazione con il supporto dell'IA.
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